PROVINCIA DI AREZZO
ASSESSORATO LAVORO E FORMAZIONE PROFESSIONALE
Centro Tecnologico del Restauro
Comune di Anghiari
 
 
Restauro del portone del refettorio
dell’ex Convento della Croce di Anghiari
 
 
Corso di Formazione Professionale per l'aggiornamento di 100 ore per 10 allievi
 
 
Presentazione Prefazione
Relazione Storico Stilistica  Fasi di lavoro

 

 

Immagini
Vista Anteriore prima del restauro
Vista Anteriore dopo il restauro
Vista Posteriore prima del restauro
Vista Posteriore dopo il restauro
 
  
Presentazione
 
La tradizione del restauro del mobile è una peculiarità di cui Anghiari va fiera. La presenza di un Istituto d’Arte specifico nel settore del restauro del mobile antico e il lavoro appassionato e sapiente degli artigiani anghiaresi hanno conferito a questa attività solide radici e grande professionalità.
E’ proprio per dare una forma più definita e una maggiore visibilità al proprio paziente lavoro che i restauratori anghiaresi nel 1995 costituirono il Centro Tecnologico del Restauro, associazione degli artigiani del restauro diplomati presso l’Istituto d’Arte di Anghiari.
L’obiettivo degli artigiani aderenti al Centro è quello di valorizzare la qualità del restauro anghiarese proponendola con maggiore evidenza, tramite la struttura associativa.
Mi piace pensare che in un’economia basata su produzioni seriali e standardizzate, in un mercato fatto di prodotti omogenei e assolutamente conformi ai criteri della grande distribuzione, Anghiari (che pure non attraversa un periodo felice sul fronte dell’occupazione) si caratterizzi per l’ingegno e la manualità dei propri artigiani e per la unicità della  propria scuola. Unicità che, sia detto senza intenti polemici, deve essere tutelata e potenziata, a pena di una perdita di valore culturale oltreché professionale, dai responsabili della amministrazione scolastica ai vari livelli.
La sensibilità dell’Assessorato alla Formazione Professionale della Provincia di Arezzo, peraltro già attento alla realtà anghiarese con gli innumerevoli corsi (di laccatura e doratura, intaglio, tarsia, liuteria, ecc.) che tutti gli anni si realizzano presso l’Istituto d’Arte, ha permesso al Centro Tecnologico del Restauro di organizzare un corso di formazione sulle tecniche del restauro.
Mi pare interessante sottolineare un aspetto dell’intervento. E’ ovvio che il corso ha la finalità della formazione professionale dei partecipanti, ma in questo caso il frutto dell’attività di formazione è visibile ed ha un suo preciso valore: i corsisti hanno infatti restaurato il portone cinquecentesco di Vicolo della Badia, di proprietà comunale, che è stato così restituito alla sua integrità minata dal tempo e dalle intemperie. Grazie quindi al lavoro del gruppo di giovani corsisti e dei loro formatori, è stato possibile valorizzare una parte, sia pure piccola, del patrimonio della collettività.

L'Assessore alla Cultura del Comune di Anghiari   CLAUDIO CIONI.

  
Prefazione
 
 Il Centro Tecnologico del Restauro di Anghiari, nell’ambito delle proprie attività di valorizzazione del restauro di qualità del mobile antico, in collaborazione con l’Assessorato Lavoro e Formazione Professionale del Provincia di Arezzo, ha promosso e realizzato un corso di formazione professionale di 100 ore per 10 allievi selezionati tra gli operatori del settore e i neodiplomati dell’Istituto Statale d'Arte.
Nell’anno 1996, nel corso “Restauro di Qualità del Mobile Antico” promosso dalla nostra associazione è stato redatto, congiuntamente ai docenti che hanno tenuto le lezioni, un “Documento sul restauro del mobile antico” che definisse i criteri operativi da applicare al restauro.
Sicuramente questa prima fase teorica è riuscita a superare le necessità di teorizzare un restauro che sia coerente con i principi della “Carta del Restauro”, e prevede indicazioni da seguire per un corretto restauro di qualità.
Sono state definite regole che possano essere accettate della Soprintendenza dei Beni Culturali, e che nel contempo diano garanzie ai privati che vogliano avere un servizio qualitativamente garantito, che operatori comuni non possono fornire.
Nell’anno 1997 abbiamo richiesto e ottenuto un corso rivolto a mettere in pratica i “criteri” espressi in precedenza.
Questa seconda fase, come già accennato in precedenza, ha riguardato un corso di Formazione Professionale realizzato in collaborazione con la sede Formativa Provinciale di Arezzo finalizzato alla messa in pratica dei “criteri di restauro” da applicare per il recupero di una porta del 1600.
Nelle finalità formative del corso si sono volute approfondite le specifiche metodologie teoriche e pratiche da adottare per un corretto restauro di qualità, che riesca mediare le rigorose indicazioni dettate dalla Soprintendenza ai Beni Culturali con le richieste di mercato che invece regolano l’operato degli artigiani.
La scelta dell’oggetto da restaurare, il portone del refettorio dell’ex Convento della Croce di Anghiari, non è stata casuale; in diretto contatto con l’assessorato alla cultura, l’attenzione è stata rivolta alla ricerca di un oggetto che rappresentasse un pezzo significativo del patrimonio storicoartistico del comune di Anghiari e che nel contempo non fosse già stato destinato a un sicuro recupero. Una scelta quindi che, pur mantenendo in primo piano lo scopo principale del corso, cioè la formazione professionale dei 10 allievi, consentisse di recuperare alla comunità un oggetto di comprovata importanza, comunque destinato ad una definitiva degradazione.
 

Relazione Storico Stilistica
Porta a due battenti
Anghiari (Ar), via della Badia n°3.
Proveniente dal refettorio dell'ex convento della Croce di Anghiari.
Bartolomeo Corsi (doc. 1637 ~ 1644).
1642 (datata).
Legno di abete, noce massello e noce modanato.
225cm.x 61cm.x 8,5 cm.; specchio superiore 30 cm. x30,5cm.; specchio centrale 48 cm.x30,5 cm.; specchio inferiore 50 cm. x 30,5 cm.
A dì 28 ag(ost)o 1642 (sul verso,inciso sotto il  pannello centrale dell'anta destra).
Discreto.
Restaurata nel settembre~ottobre 1997 presso il Centro Tecnologico del Restauro di Anghiari.
 

La porta a due battenti ha una struttura in legno di abete e pannellatura in noce.
Le grandi imposte destinate ad essere inserite nell'archivolto di un portale presentano la parte superiore semicircolare. Ogni anta, suddivisa in comparti geometrici, crea quattro pannellature. Fatta eccezione per quella inferiore, ognuna di queste inquadra specchi definiti da cornici modanate. La parte superiore semicircolare simula una lunetta centinata mentre le altre due specchiature sono rettangolari.
Il verso della porta, sotto il pannello centrale dell'anta destra, reca l'iscrizione "A dì 28 ag(ost)o 1642", la data dell'esecuzione, mentre incollata dietro il  pannello corrispettivo dell'anta sinistra è stato trovato un frammento cartaceo, una stampa in latino che narra alcuni episodi della vita di S. Francesco.
La porta, con le staffe a femmina da inserire negli appositi cardini, non è fornita di meccanismi di chiusura. Ambedue le specchiature centrali mostrano un foro tondo al centro, evidente indizio della presenza precedentemente di pomelli in legno tornito.
La porta, che appartiene ad una delle tipologie più diffuse nell'Italia centrale a partire dai primi anni del Seicento, fa parte di quel genere di  arredo ligneo che quasi alla metà del XVII secolo, quando in altre regioni della penisola il barocco svolge già le sue inedite e ricche risorse ornamentali, è ancora legato a canoni e moduli tipicamente rinascimentali.
Secondo la più autentica impronta propria della produzione toscana, dalla struttura semplice ma d'impianto saldo, la porta si presenta come un organismo rigidamente definito, geometricamente scandito nelle sue linee essenziali dalle cornici modanate che decorano anche i pannelli nell'inquadrare le tre specchiature.
Sia per la  tipica struttura essenziale e solida che per l'armonia delle forme, l'equilibrio delle proporzioni e la misurata partizione decorativa, questo arredo ben si inserisce, infatti, nell'ambito di quella felice produzione del mobile toscano che affonda le sue radici nell'arte quattrocentesca. Del resto la predilezione per un'impostazione architettonica del mobile nel quale con le modanature si sottolineano gli elementi che lo compongono, pur aggiornandosi nel Seicento con cornici applicate o intagliate nel massello che si sbizzarriscono a creare specchi pentagonali o ottagonali, non viene subito abbandonata e il rigore stilistico quattrocentesco è conservato in questa regione  pur nel rispetto dell'evoluzione del gusto.
La monumentalità, pur nella sobrietà delle decorazioni, che caratterizza la porta risponde dunque al gusto toscano e anche umbro del pieno Seicento che ha dato corpo ad arredi dalle forme lineari, dal bel disegno, di elegante e solida fattura, sempre contraddistinti, come in questo caso, da una garbata semplicità.
Ad una equilibrata solidità esaltante più che mai l'aspetto funzionale del mobile l'artigiano mostra di saper affiancare  una decorazione  che marca ogni elemento in una individuazione accurata  dei caratteri costitutivi.
Aderente dunque a quei principi di funzionalità ed essenzialità che la più antica tradizione toscana voleva garantiti, questa porta entra appieno nel patrimonio del mobile cosiddetto "rustico", di buon artigianato e qualità che, forse non estraneo al gusto dei suoi tempi, evita gli orpelli barocchi, la pesantezza decorativa e scultorea. All'intaglio ad alto rilievo delle sagome mistilinee che incorniciano motivi a foglia, rosetta, mandorla, e ornano i pannelli delle imposte lignee barocche, si preferisce ancora la modanatura  che privilegia, marcando la struttura con una decorazione a comparti geometrici, la generalità dei caratteri costitutivi dell'organismo.
Mentre in età barocca i pannelli geometrici di porte romane e piemontesi si arricchiscono di sagome e controsagome, di riccioli  e di volute che via via si fanno sempre più arditi e originali consone alle forme più fastose e retoriche che il nuovo orientamento artistico proponeva, l'opera di un artigiano di Anghiari, Bartolomeo Corsi  negli anni '40 del Seicento si distingue per un calibrato equilibrio tra funzione, linea e decorazione capace di esprimere comunque un gusto di raffinata semplicità.
Bisogna dire, per altro, che sui mobili che meno necessitano di particolare sontuosità  il repertorio decorativo, nell'ambito di una stessa regione,  spesso si ripete, anche se in questo caso il gusto di particolare sobrietà e il senso si equilibrata solidità che esalta la funzione ben si confà alla destinazione dell'arredo che introduce appunto nel refettorio di un convento francescano.
Porte come questa, infatti, sono ancora piuttosto diffuse e presenti anche nell'attuale mercato antiquario, basti pensare del resto che esemplari simili arredavano molto spesso le sagrestie di numerose chiese dell'Italia centrale.
Anche sotto il profilo costruttivo alcune caratteristiche confortano la datazione che il pezzo porta incisa e i rapporti di proporzione fra l'insieme e le sue parti sono precisissimi e rigorosi come la tecnica costruttiva secentesca richiedeva.
Ad accrescere il valore storico ed artistico che questa porta assume nel contesto di una cittadina come Anghiari, oltre alla datazione, 1642 e la sua provenienza da uno dei più importanti conventi francescani della zona, quello della Croce, contribuisce il fatto di aver potuto identificare, attraverso la ricerca documentaria, l'artefice che l'ha realizzata, appunto Bartolomeo d'Agnolo Corsi legnaiolo.
Grazie, infatti, all'iscrizione che rende nota la data di esecuzione è stato possibile con la ricerca archivistica rintracciare nelle carte del più importante raccoglitore di memorie locali della città, Lorenzo Taglieschi,  il ricordo della committenza della porta del refettorio e anche colui che l'ha donata. Come reso già noto dal Bartolomei , il P. Ministro dell'Ordine, nel 1647 vuole che vengano redatti gli Annali del convento della Croce nei quali dovevano essere annotati gli eventi più importanti e significativi. A Lorenzo Taglieschi, che nel 1620 era stato nominato procuratore e sindaco apostolico del convento, già cronachista nella città, viene affidato l' incarico. Ben sette anni il Taglieschi, che muore nel 1654, dedica a tracciare  la storia della chiesa e convento della Croce, oltre ovviamente a rendere accurata tesimonianza delle vicende accadute al suo tempo. Ecco allora che a c. 81 degli Annali del Convento della Croce, con in margine la data 1642, il Taglieschi annota "si presentò guardiano del convento della Croce fra Vincenzo da Costagna lucchese, stato eletto nella Congregazione il 3 agosto 1641. Nel suo governo Benedetto Bodi laico fece fare di suo proprio  nel mese di agosto 1642 la porta del refettorio tutta di noce e reolata la quale fu opera di maestro Bartolomeo Corsi legnaiolo" . Anche le Croniche del convento della Croce, una stesura meno dettagliata e sintetica sempre per mano del Taglieschi, ricordano a c.153 "Porta del refettorio della Croce di noce fatta fare da Benedetto di ... il 30 agosto 1642 (...)" .
Conosciamo in questo modo il committente, un laico che vuole donare al convento la porta per il refettorio dei frati e la data presumibilmente in cui la porta viene messa in uso, il 30 agosto, due giorni dopo che Bartolomeo Corsi l'aveva conclusa. Di questo legnaiolo anghiarese, poichè il suo cognome lo testimonia e lo stemma dei Corsi è infatti presente tra quelli delle famiglie della città nel Secondo Priorista delle famiglie fiorentine di Lorenzo Taglieschi di Anghiari , sappiamo addirittura che doveva aver lavorato per altri istituti religiosi della sua cittadina.
Stando all'indagine documentaria fino ad ora condotta bisogna dire che sui pochi registri a noi giunti relativi agli anni in cui è possibile ipotizzare l'attività di questo legnaiolo come quelli delle tasse sul macinato, le imposizioni straordinarie, le imposte del dazio o i Libri del Danno Dato , non lo troviamo nominato, mentre risulta di particolare interesse sapere che  è citato come debitore ma più spesso come creditore nei registri delle spese del Comune.
Nel 1637, infatti, sotto l'amministrazione di Francesco Maria Nuti è presente nei registri d'Entrata  mentre nello stesso anno vengono a lui saldate lire otto "guadagnati all'incanto della canova del sale" e lire due "guadagnati all'incanto del forno" . A c. 14v dello stesso registro lo troviamo citato come "Bartolomeo d'Agnolo Corsi conduttore della canova del sale" sebbene la data non sia precisata .
Definito questa volta come "maestro",  il che fa presupporre che fosse pure a capo di una bottega, è pagato dal Comune il 4 febbraio 1644 per aver eseguito il leggio dei S.S.Padri mentre per partito del primo luglio dello stesso anno percepisce settanta lire per aver realizzato le panche  della chiesa di S.Agostino  .
Non doveva dunque essere un artigiano di poca importanza nella realtà anghiarese del tempo visto che proprio a lui venivano ripetutamente affidate committenze di tale rilevanza per le chiese della città. Appare infatti strano che egli non compaia nel registro delle tasse per il donativo del 1661 imposto alla comunità in occasione delle nozze del Ser.mo Cosimo II  visto che altri legnaioli vi sono citati ma del resto, poichè  nel periodo in cui è per ora stato possibile documentare Bartolomeo (1637~1644) non sappiamo quale età egli avesse, è anche probabile che nel 1661 fosse già scomparso.
A confortare la provenienza, per altro certa, di questa porta per decenni collocata al n°3 di via della Badia, dal refettorio dell'antico convento della Croce concorrono dunque anche i documenti che appunto la definiscono "porta del refettorio tutta di noce e regolata".
La realizzazione di questo bel manufatto destinato ad un locale tanto importante nella vita conventuale dei frati per volere di un laico coincide, infatti, con uno dei momenti di maggior fervore spirituale rivolto dagli anghiaresi alla chiesa e convento dei francescani. E' sempre il Bartolomei , spesso sulle orme del Taglieschi, a tracciare una storia dell'intero complesso e delle più importanti vicende ad esso legato mettendo in questo modo inevitabilmente in evidenza le numerose committenze delle più prestigiose famiglie della città che tra Cinquecento e Seicento vollero alcune delle opere più significative. D'altro canto non poteva essere diversamente se si pensa a quanto era viva la devozione per S. Francesco nella Valtiberina e al fatto che proprio là dove il Santo ad Anghiari si era fermato fosse finalmente nata, dopo la cappella (1420), finalmente una chiesa con il suo convento. Iniziata alla fine del Quattrocento (1499) ma consacrata solo nel 1566 la chiesa ben presto, con le tombe dei signori che vollero l'altare  di famiglia è abbellita da arredi di ogni genere e dunque anche di pale di alcuni prestigiosi pittori del tempo da Durante Alberti a Domenico Passignano, Matteo Rosselli, Ludovico Cungi, e più tardi Giovanbattista Susini, Antonio Pontenani, Jacopo Vignali forse Carlo Dolci .
Dalla seconda metà del Cinquecento vengono realizzati gli apporti più significativi al complesso edilizio e infatti, dopo la chiesa, viene costruito nel 1563 il refettorio per i frati. E' il Taglieschi che dopo aver puntualizzato che "l' hospitio vecchio restò ad uso della cucina e del fuoco comune" (si tratta dei primi due ambienti costruiti nel 1494) racconta che "la Comunità elesse quattro operai sopra quella fabbrica... i quali  in breve condussero quel luogo  a tutta perfezione con un bellissimo refettorio in volta (...)".
Mentre vengono costruiti la sagrestia e il suo portale d'acceso (1568~1572), i dormitori, il chiostro e le logge (1574), il loggiato davanti alla chiesa (1595), e le cantine, nel 1599 si mette di nuovo mano al refettorio. Viene fornito di un acquaio di pietra con l'iscrizione non lotis manibus ed il guardiano del convento fra Giovanni da Pontassieve, oltre ad edificare la canova attigua, fa dipingere "in faccia del refettorio da un pittore fiorentino un crocifisso ad olio nel muro che poi fu guasto l'hanno 1635" .
Nel Seicento proseguono le opere di abbellimento per la chiesa e per gli ambienti del convento e in questo momento, in cui viene acquistata una bellissima acquasantiera giunta addirittura dalla Sicilia, viene indorato il ciborio, installate le meridiane, e acquistata una campanella per il refettorio che andava a sostituire la vecchia tegola sorda, è da collocarsi anche la realizzazione della nostra porta. Benchè, infatti negli anni Trenta di questo secolo fosse scoppiata la peste, una volta debellata, le iniziative non mancarono e nel 1641, per esempio viene istituita una biblioteca pubblica per gli anghiaresi in un locale voluto nel 1603 e destinato ad essere un nuovo refettorio mai in uso per le sue ridotte dimensioni.
Il refettorio per i padri francescani è dunque sempre stato quello per il quale nel 1642 viene realizzata la porta d'ingresso da Bartolomeo Corsi che stando alle piantine proposte dallo stesso Taglieschi doveva essere collocata in un corridoio che prevedeva di fronte la porta delle cucine e in fondo la scala che portava al primo piano.
Anche se una costante documentazione grafica circa lo stato del convento e i lavori che via via era stati realizzati l'aveva fornita il Taglieschi con alcune importanti piante del'edificio che segnalavano pure la porta del refettorio, bisognerà arrivare al 1822, data di un documento significativo per le sorti del convento della Croce, per constatare attraverso la descrizione, che nessun cambiamento strutturale ha interessato il refettorio e conoscere dunque la posizione della porta che doveva essere rimasta in loco.
Con le soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi, infatti, il convento lasciato dai frati, passa giuridicamente al demanio statale fino a quando la Fraternita di S. Maria del Borghetto che era subentrata nella proprietà nel 1821 cede il convento in enfiteusi alla comunità di Anghiari.  Nel documento che definisce la cessione, l'immobile  viene descritto come un complesso dalla tipica struttura degli antichi conventi francescani con un ampio cortile interno, porticato e loggiato sui quattro lati, intorno al quale si articolano i locali fondamentali del convento: il refettorio e la cucina, la canova, il dormitorio, la foresteria e la chiesa.  A pianterreno la descrizione del cortile con loggiato comincia indicando gli ambienti disposti a levante e a ponente, per poi dire che "dalla parte di mezzogiorno del predetto loggiato per mezzo di una porta grande si entra in un atrio in volta ove esistono tre porte e la scala che conduce al piano superiore, dalla prima di esse a man sinistra, si trova uno stanzone in volta con quattro finestre, con sue inferriate che serviva da refettorio ai nominati religiosi, in fondo del quale vi è un'altra stanza ad uso di canova, ed altre piccole celle di diversi usi; dalla seconda di dette porte si ha l'accesso nell'orto e dalla terza a man destra si entra in cucina, sulla quale sono altre piccole stanze addette a vari modi (...)" .
Se il refettorio con la sua porta non doveva quindi aver subìto negli anni alcun mutamento, nel 1822 vengono invece realizzate le stanze annesse alla canova e si comincia a costruire, per concluderlo nel 1826, anche il prolungamento dell'ala del refettorio fino al muro di clausura verso la via della Croce. Nuovi e vari ambienti necessitano al nuovo complesso che, una volta abbandonato dai Minori Osservanti della Croce, è ben presto destinato ad avere funzioni di ogni sorta. Sede di scuole, di uffici, per breve tempo pure di un carcere, alcuni locali vengono lasciati all'incuria e anche il refettorio viene destinato prima a magazzino e poi a stalla.
Nel 1852, quando la Fraternita del Borghetto acconsente al trasferimento delle monache agostiniane di S. Maria Maddalena, l'ambiente riaquista la sua vitalità con l'istituzione dell'asilo, delle scuole elementari e dell'educandato femminile. Nel 1888 invece diviene sede dell'Istituto di beneficenza Martini casa di riposo per anziani realizzata grazie alla munificenza di una popolana, ma solo nel 1906 il complesso è destinato ad una funzione precisa, quella di presidio ospedaliero.
E' in questo momento che anche il refettorio, come altri locali, subisce delle modifiche sostanziali necessarie al nuovo adattamento.
Alcuni progetti redatti tra il 1906 e il 1909  (tra i quali quelli definitivi firmati dall'ingegniere comunale e dall'ingegniere capo dell'Ufficio del Genio Civile) mostrano l'antico refettorio destinato ad essere medicheria e ambulatorio, poi locale per la cucina e per i bagni.
Nel refettorio vengono realizzati divisori murati, soppalchi, scale e ne viene anche modificato l'accesso. Non è improbabile dunque che proprio in questa occasione la porta secentesca sia stata rimossa dal momento che solo con i restauri eseguiti nel 1984, per recuperare la tipologia conventuale originaria pur rispettando le esigenze dettate dalla nuova funzione, è stato possibile ripristinare l'ingresso originale di fronte alla cucina. Con quest'ultimo intervento , infatti, sono stati demoliti i divisori in muratura, le scale, i soppalchi ed è stato effettuato anche il restauro di alcuni dipinti presenti nelle velette delle volte.
Sia l'antico refettorio che la cucina di fronte sono oggi fornite di una porta realizzata recentemente sul modello di quella originale secentesca.
Silvia Pichi

 
Fasi di lavoro
In occasione della rimozione della porta dalla sede della sua ultima collocazione (Via della Badia n°3) è stato immediatamente rilevato il suo pessimo stato di conservazione.
Estese zone su entrambe le ante presentano gravi lesioni provocate sia dagli agenti atmosferici sia dall'azione infestante di insetti xilofagi.
Le zone in patina si presentano fortemente ossidate con la tipica colorazione grigia del legno esposto alle intemperie per lungo tempo, anche se in alcune zone sono presenti campiture colorate, a dimostrazione di come la porta non sia stata sempre lasciata al colore naturale del legno.
Si notano anche molti interventi eseguiti in tempi diversi, come ad esempio la sostituzione di parte dei montanti laterali, il rifacimento di alcune cornici e la realizzazione di una serie di fori per le serrature. Nella parte inferiore di entrambe le ante, in corrispondenza della riquadratura più bassa, si nota una certa incongruenza del motivo architettonico che, unitamente ad un diverso stato di conservazione del pannello sottostante le cornici, porta ad avere giustificati dubbi circa l’originale configurazione di questa zona.

La prima fase dell’intervento è stata quella della pulitura delle superfici e del trattamento disinfestante contro l’azione di insetti xilofagi.
La fase successiva, di studio e di analisi dei singoli componenti della porta, ha visto la realizzazione di un accurato rilievo grafico e della relativa documentazione fotografica. Si è poi provveduto al disassemblaggio delle varie parti, sia perché non presentavano uno stato di coesione accettabile, sia per individuare un eventuale degrado delle zone non in vista, sia ancora per capire e codificare lo schema costruttivo della porta.
E’ in questa fase, cioè dallo studio della struttura e dei singoli elementi, che è stato possibile capire il reale stato conservativo dell’oggetto e quindi decidere il tipo di intervento da eseguire.

La struttura della porta può essere schematizzata in tre specifiche zone:

1) La parte posteriore in legno di abete, ovvero la struttura portante principale. Ogni singola anta è realizzata con due tavole di larghezza diversa incollate tra loro; si presenta gravemente danneggiata dall’azione dei tarli, e sono visibili parti riportate  in epoche successive, realizzate con materiali incongrui, sia per le essenze utilizzate, sia per il livello di finitura.

2) La parte intermedia (cartellatura) in legno di noce. E’ la zona che comprende le parti che si trovano tra la struttura in abete e le cornici esterne ed è composta da nove parti per ogni anta. Anche qui è evidente l’azione degli insetti e degli agenti atmosferici, soprattutto nelle zone maggiormente esposte. Lo stato di conservazione non è comunque omogeneo, con un progressivo deterioramento man mano che ci si avvicina alle parti inferiori. In prossimità della zona centrale sono visibili numerosi fori per le serrature e in particolare nell’anta sinistra, dove per l’accumularsi di nuove aperture, è andata perduta un’ampia porzione di legno.
E’ in questo strato della porta, esattamente nell’anta sinistra, che è stata trovata l’iscrizione della sua data di fabbricazione, dato questo che poi ci ha permesso di risalire all’artigiano esecutore.
Anche qui sono evidenti ripetuti interventi di restauro, con molte delle zone in vista completamente sostituite.

3) La parte esterna (scorniciature) in legno di noce. E’ la zona più esterna della porta e quella che ne determina maggiormente l’aspetto estetico e decorativo.
Sicuramente questa è la parte che ha subito maggiormente gli effetti dell’usura e degli agenti atmosferici. Si nota che molte delle cornici sono state già sostituite, talvolta utilizzando profili non perfettamente identici all’originale; e altre ancora invece sono deteriorate al punto da non renderne possibile una corretta lettura.

A questo punto, una volta analizzata in ogni dettaglio e appurato il pessimo stato conservativo generale, è stato necessario porsi il problema di come interpretare l’intervento da eseguire.
 
Da un lato l’opzione della conservazione dello “status”, cioè il consolidamento con opportuni prodotti delle parti friabili, il fissaggio delle parti instabili e la protezione preventiva dagli attacchi degli insetti. Un’operazione che possa bloccare l’azione deteriorante del tempo sul manufatto e che ne consenta unicamente una collocazione museale.
Dall’altra l’opzione, per certi versi più stimolante dal punto di vista dell’artigiano restauratore, del suo totale recupero. Ridare cioè all’oggetto la sua piena funzionalità sia dal punto di vista strutturale sia da quello estetico, mediante il ripristino delle parti mancanti, la sostituzione delle parti irrecuperabili e una finitura superficiale che ne riporti l’aspetto finale il più possibile vicino a quello originale.

Dopo esserci consultati con il corpo docenti e con i rappresentanti della Soprintendenza, vista anche l’originaria destinazione d’uso dell’oggetto, abbiamo ritenuto opportuno seguire la seconda opzione.
Nell’ambito di questa scelta operativa, il corso si è voluto soffermare a considerare i vari tipi di intervento possibile, facendo notare l’importanza di procedere ad un restauro che, pur prevedendo cospicue reintegrazioni e sostituzioni eseguite anche con metodi comuni dell’opera quotidiana degli artigiani restauratori, riesca a far convivere la rigorosità indicata dalle Soprintendenze con la realtà quotidiana del mercato.
 
 
Con questo non si vuole giustificare a priori ogni intervento eseguito per il recupero del manufatto, soprattutto per quello che riguarda la visibilità di alcune parti ricostruite, ma evidenziare il fatto di come sia possibile riuscire ad ottenere un restauro che consenta di rileggere, per quanto possibile, lo stato originario dell’oggetto, ridandogli nel contempo la sua originale funzione d’uso.
Molte sono state le incertezze che durante il restauro si sono manifestate, sia per le parti da conservare o da sostituire, sia sui metodi e sulle tecniche adottabili per la loro realizzazione.
Per le cornici deteriorate o mancanti abbiamo ad esempio scelto la linea della reintegrazione, in quanto quelle esistenti potevano essere riprese come  modello per quelle nuove, senza incorrere in erronee interpretazioni.
La discussione più accesa si è verificata nella scelta e nella realizzazione dei pomoli, adesso completamente mancanti ma certamente presenti nell’originale, in quanto non avevamo una precisa documentazione di riferimento per quello che riguarda questa porta. La linea che abbiamo tenuto per il restauro è stata quella di ricostruire i pomoli, documentandoci su vari esempi di pomello tipico della fine del XVI° secolo, al fine di ridare completezza all’aspetto finale.
A documentazione di tutti gli interventi eseguiti abbiamo evidenziato le parti reintegrate con disegni e fotografie, in modo da lasciare la possibilità di capire ogni intervento da noi eseguito.
 
Presidente del Centro tecnologico del Restauro Santi Del Sere
Il Coordinatore incaricato Luca Paci