| PROVINCIA
DI AREZZO
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L'Assessore alla Cultura del Comune di Anghiari CLAUDIO CIONI.
La porta a due battenti ha una struttura
in legno di abete e pannellatura in noce.
Le grandi imposte destinate ad
essere inserite nell'archivolto di un portale presentano la parte superiore
semicircolare. Ogni anta, suddivisa in comparti geometrici, crea quattro
pannellature. Fatta eccezione per quella inferiore, ognuna di queste inquadra
specchi definiti da cornici modanate. La parte superiore semicircolare
simula una lunetta centinata mentre le altre due specchiature sono rettangolari.
Il verso della porta, sotto il
pannello centrale dell'anta destra, reca l'iscrizione "A dì 28 ag(ost)o
1642", la data dell'esecuzione, mentre incollata dietro il pannello
corrispettivo dell'anta sinistra è stato trovato un frammento cartaceo,
una stampa in latino che narra alcuni episodi della vita di S. Francesco.
La porta, con le staffe a femmina
da inserire negli appositi cardini, non è fornita di meccanismi
di chiusura. Ambedue le specchiature centrali mostrano un foro tondo al
centro, evidente indizio della presenza precedentemente di pomelli in legno
tornito.
La porta, che appartiene ad una
delle tipologie più diffuse nell'Italia centrale a partire dai primi
anni del Seicento, fa parte di quel genere di arredo ligneo che quasi
alla metà del XVII secolo, quando in altre regioni della penisola
il barocco svolge già le sue inedite e ricche risorse ornamentali,
è ancora legato a canoni e moduli tipicamente rinascimentali.
Secondo la più autentica
impronta propria della produzione toscana, dalla struttura semplice ma
d'impianto saldo, la porta si presenta come un organismo rigidamente definito,
geometricamente scandito nelle sue linee essenziali dalle cornici modanate
che decorano anche i pannelli nell'inquadrare le tre specchiature.
Sia per la tipica struttura
essenziale e solida che per l'armonia delle forme, l'equilibrio delle proporzioni
e la misurata partizione decorativa, questo arredo ben si inserisce, infatti,
nell'ambito di quella felice produzione del mobile toscano che affonda
le sue radici nell'arte quattrocentesca. Del resto la predilezione per
un'impostazione architettonica del mobile nel quale con le modanature si
sottolineano gli elementi che lo compongono, pur aggiornandosi nel Seicento
con cornici applicate o intagliate nel massello che si sbizzarriscono a
creare specchi pentagonali o ottagonali, non viene subito abbandonata e
il rigore stilistico quattrocentesco è conservato in questa regione
pur nel rispetto dell'evoluzione del gusto.
La monumentalità, pur nella
sobrietà delle decorazioni, che caratterizza la porta risponde dunque
al gusto toscano e anche umbro del pieno Seicento che ha dato corpo ad
arredi dalle forme lineari, dal bel disegno, di elegante e solida fattura,
sempre contraddistinti, come in questo caso, da una garbata semplicità.
Ad una equilibrata solidità
esaltante più che mai l'aspetto funzionale del mobile l'artigiano
mostra di saper affiancare una decorazione che marca ogni elemento
in una individuazione accurata dei caratteri costitutivi.
Aderente dunque a quei principi
di funzionalità ed essenzialità che la più antica
tradizione toscana voleva garantiti, questa porta entra appieno nel patrimonio
del mobile cosiddetto "rustico", di buon artigianato e qualità che,
forse non estraneo al gusto dei suoi tempi, evita gli orpelli barocchi,
la pesantezza decorativa e scultorea. All'intaglio ad alto rilievo delle
sagome mistilinee che incorniciano motivi a foglia, rosetta, mandorla,
e ornano i pannelli delle imposte lignee barocche, si preferisce ancora
la modanatura che privilegia, marcando la struttura con una decorazione
a comparti geometrici, la generalità dei caratteri costitutivi dell'organismo.
Mentre in età barocca i
pannelli geometrici di porte romane e piemontesi si arricchiscono di sagome
e controsagome, di riccioli e di volute che via via si fanno sempre
più arditi e originali consone alle forme più fastose e retoriche
che il nuovo orientamento artistico proponeva, l'opera di un artigiano
di Anghiari, Bartolomeo Corsi negli anni '40 del Seicento si distingue
per un calibrato equilibrio tra funzione, linea e decorazione capace di
esprimere comunque un gusto di raffinata semplicità.
Bisogna dire, per altro, che sui
mobili che meno necessitano di particolare sontuosità il repertorio
decorativo, nell'ambito di una stessa regione, spesso si ripete,
anche se in questo caso il gusto di particolare sobrietà e il senso
si equilibrata solidità che esalta la funzione ben si confà
alla destinazione dell'arredo che introduce appunto nel refettorio di un
convento francescano.
Porte come questa, infatti, sono
ancora piuttosto diffuse e presenti anche nell'attuale mercato antiquario,
basti pensare del resto che esemplari simili arredavano molto spesso le
sagrestie di numerose chiese dell'Italia centrale.
Anche sotto il profilo costruttivo
alcune caratteristiche confortano la datazione che il pezzo porta incisa
e i rapporti di proporzione fra l'insieme e le sue parti sono precisissimi
e rigorosi come la tecnica costruttiva secentesca richiedeva.
Ad accrescere il valore storico
ed artistico che questa porta assume nel contesto di una cittadina come
Anghiari, oltre alla datazione, 1642 e la sua provenienza da uno dei più
importanti conventi francescani della zona, quello della Croce, contribuisce
il fatto di aver potuto identificare, attraverso la ricerca documentaria,
l'artefice che l'ha realizzata, appunto Bartolomeo d'Agnolo Corsi legnaiolo.
Grazie, infatti, all'iscrizione
che rende nota la data di esecuzione è stato possibile con la ricerca
archivistica rintracciare nelle carte del più importante raccoglitore
di memorie locali della città, Lorenzo Taglieschi, il ricordo
della committenza della porta del refettorio e anche colui che l'ha donata.
Come reso già noto dal Bartolomei , il P. Ministro dell'Ordine,
nel 1647 vuole che vengano redatti gli Annali del convento della Croce
nei quali dovevano essere annotati gli eventi più importanti e significativi.
A Lorenzo Taglieschi, che nel 1620 era stato nominato procuratore e sindaco
apostolico del convento, già cronachista nella città, viene
affidato l' incarico. Ben sette anni il Taglieschi, che muore nel 1654,
dedica a tracciare la storia della chiesa e convento della Croce,
oltre ovviamente a rendere accurata tesimonianza delle vicende accadute
al suo tempo. Ecco allora che a c. 81 degli Annali del Convento della Croce,
con in margine la data 1642, il Taglieschi annota "si presentò guardiano
del convento della Croce fra Vincenzo da Costagna lucchese, stato eletto
nella Congregazione il 3 agosto 1641. Nel suo governo Benedetto Bodi laico
fece fare di suo proprio nel mese di agosto 1642 la porta del refettorio
tutta di noce e reolata la quale fu opera di maestro Bartolomeo Corsi legnaiolo"
. Anche le Croniche del convento della Croce, una stesura meno dettagliata
e sintetica sempre per mano del Taglieschi, ricordano a c.153 "Porta del
refettorio della Croce di noce fatta fare da Benedetto di ... il 30 agosto
1642 (...)" .
Conosciamo in questo modo il committente,
un laico che vuole donare al convento la porta per il refettorio dei frati
e la data presumibilmente in cui la porta viene messa in uso, il 30 agosto,
due giorni dopo che Bartolomeo Corsi l'aveva conclusa. Di questo legnaiolo
anghiarese, poichè il suo cognome lo testimonia e lo stemma dei
Corsi è infatti presente tra quelli delle famiglie della città
nel Secondo Priorista delle famiglie fiorentine di Lorenzo Taglieschi di
Anghiari , sappiamo addirittura che doveva aver lavorato per altri istituti
religiosi della sua cittadina.
Stando all'indagine documentaria
fino ad ora condotta bisogna dire che sui pochi registri a noi giunti relativi
agli anni in cui è possibile ipotizzare l'attività di questo
legnaiolo come quelli delle tasse sul macinato, le imposizioni straordinarie,
le imposte del dazio o i Libri del Danno Dato , non lo troviamo nominato,
mentre risulta di particolare interesse sapere che è citato
come debitore ma più spesso come creditore nei registri delle spese
del Comune.
Nel 1637, infatti, sotto l'amministrazione
di Francesco Maria Nuti è presente nei registri d'Entrata
mentre nello stesso anno vengono a lui saldate lire otto "guadagnati all'incanto
della canova del sale" e lire due "guadagnati all'incanto del forno" .
A c. 14v dello stesso registro lo troviamo citato come "Bartolomeo d'Agnolo
Corsi conduttore della canova del sale" sebbene la data non sia precisata
.
Definito questa volta come "maestro",
il che fa presupporre che fosse pure a capo di una bottega, è pagato
dal Comune il 4 febbraio 1644 per aver eseguito il leggio dei S.S.Padri
mentre per partito del primo luglio dello stesso anno percepisce settanta
lire per aver realizzato le panche della chiesa di S.Agostino
.
Non doveva dunque essere un artigiano
di poca importanza nella realtà anghiarese del tempo visto che proprio
a lui venivano ripetutamente affidate committenze di tale rilevanza per
le chiese della città. Appare infatti strano che egli non compaia
nel registro delle tasse per il donativo del 1661 imposto alla comunità
in occasione delle nozze del Ser.mo Cosimo II visto che altri legnaioli
vi sono citati ma del resto, poichè nel periodo in cui è
per ora stato possibile documentare Bartolomeo (1637~1644) non sappiamo
quale età egli avesse, è anche probabile che nel 1661 fosse
già scomparso.
A confortare la provenienza, per
altro certa, di questa porta per decenni collocata al n°3 di via della
Badia, dal refettorio dell'antico convento della Croce concorrono dunque
anche i documenti che appunto la definiscono "porta del refettorio tutta
di noce e regolata".
La realizzazione di questo bel
manufatto destinato ad un locale tanto importante nella vita conventuale
dei frati per volere di un laico coincide, infatti, con uno dei momenti
di maggior fervore spirituale rivolto dagli anghiaresi alla chiesa e convento
dei francescani. E' sempre il Bartolomei , spesso sulle orme del Taglieschi,
a tracciare una storia dell'intero complesso e delle più importanti
vicende ad esso legato mettendo in questo modo inevitabilmente in evidenza
le numerose committenze delle più prestigiose famiglie della città
che tra Cinquecento e Seicento vollero alcune delle opere più significative.
D'altro canto non poteva essere diversamente se si pensa a quanto era viva
la devozione per S. Francesco nella Valtiberina e al fatto che proprio
là dove il Santo ad Anghiari si era fermato fosse finalmente nata,
dopo la cappella (1420), finalmente una chiesa con il suo convento. Iniziata
alla fine del Quattrocento (1499) ma consacrata solo nel 1566 la chiesa
ben presto, con le tombe dei signori che vollero l'altare di famiglia
è abbellita da arredi di ogni genere e dunque anche di pale di alcuni
prestigiosi pittori del tempo da Durante Alberti a Domenico Passignano,
Matteo Rosselli, Ludovico Cungi, e più tardi Giovanbattista Susini,
Antonio Pontenani, Jacopo Vignali forse Carlo Dolci .
Dalla seconda metà del Cinquecento
vengono realizzati gli apporti più significativi al complesso edilizio
e infatti, dopo la chiesa, viene costruito nel 1563 il refettorio per i
frati. E' il Taglieschi che dopo aver puntualizzato che "l' hospitio vecchio
restò ad uso della cucina e del fuoco comune" (si tratta dei primi
due ambienti costruiti nel 1494) racconta che "la Comunità elesse
quattro operai sopra quella fabbrica... i quali in breve condussero
quel luogo a tutta perfezione con un bellissimo refettorio in volta
(...)".
Mentre vengono costruiti la sagrestia
e il suo portale d'acceso (1568~1572), i dormitori, il chiostro e le logge
(1574), il loggiato davanti alla chiesa (1595), e le cantine, nel 1599
si mette di nuovo mano al refettorio. Viene fornito di un acquaio di pietra
con l'iscrizione non lotis manibus ed il guardiano del convento fra Giovanni
da Pontassieve, oltre ad edificare la canova attigua, fa dipingere "in
faccia del refettorio da un pittore fiorentino un crocifisso ad olio nel
muro che poi fu guasto l'hanno 1635" .
Nel Seicento proseguono le opere
di abbellimento per la chiesa e per gli ambienti del convento e in questo
momento, in cui viene acquistata una bellissima acquasantiera giunta addirittura
dalla Sicilia, viene indorato il ciborio, installate le meridiane, e acquistata
una campanella per il refettorio che andava a sostituire la vecchia tegola
sorda, è da collocarsi anche la realizzazione della nostra porta.
Benchè, infatti negli anni Trenta di questo secolo fosse scoppiata
la peste, una volta debellata, le iniziative non mancarono e nel 1641,
per esempio viene istituita una biblioteca pubblica per gli anghiaresi
in un locale voluto nel 1603 e destinato ad essere un nuovo refettorio
mai in uso per le sue ridotte dimensioni.
Il refettorio per i padri francescani
è dunque sempre stato quello per il quale nel 1642 viene realizzata
la porta d'ingresso da Bartolomeo Corsi che stando alle piantine proposte
dallo stesso Taglieschi doveva essere collocata in un corridoio che prevedeva
di fronte la porta delle cucine e in fondo la scala che portava al primo
piano.
Anche se una costante documentazione
grafica circa lo stato del convento e i lavori che via via era stati realizzati
l'aveva fornita il Taglieschi con alcune importanti piante del'edificio
che segnalavano pure la porta del refettorio, bisognerà arrivare
al 1822, data di un documento significativo per le sorti del convento della
Croce, per constatare attraverso la descrizione, che nessun cambiamento
strutturale ha interessato il refettorio e conoscere dunque la posizione
della porta che doveva essere rimasta in loco.
Con le soppressioni napoleoniche
degli ordini religiosi, infatti, il convento lasciato dai frati, passa
giuridicamente al demanio statale fino a quando la Fraternita di S. Maria
del Borghetto che era subentrata nella proprietà nel 1821 cede il
convento in enfiteusi alla comunità di Anghiari. Nel documento
che definisce la cessione, l'immobile viene descritto come un complesso
dalla tipica struttura degli antichi conventi francescani con un ampio
cortile interno, porticato e loggiato sui quattro lati, intorno al quale
si articolano i locali fondamentali del convento: il refettorio e la cucina,
la canova, il dormitorio, la foresteria e la chiesa. A pianterreno
la descrizione del cortile con loggiato comincia indicando gli ambienti
disposti a levante e a ponente, per poi dire che "dalla parte di mezzogiorno
del predetto loggiato per mezzo di una porta grande si entra in un atrio
in volta ove esistono tre porte e la scala che conduce al piano superiore,
dalla prima di esse a man sinistra, si trova uno stanzone in volta con
quattro finestre, con sue inferriate che serviva da refettorio ai nominati
religiosi, in fondo del quale vi è un'altra stanza ad uso di canova,
ed altre piccole celle di diversi usi; dalla seconda di dette porte si
ha l'accesso nell'orto e dalla terza a man destra si entra in cucina, sulla
quale sono altre piccole stanze addette a vari modi (...)" .
Se il refettorio con la sua porta
non doveva quindi aver subìto negli anni alcun mutamento, nel 1822
vengono invece realizzate le stanze annesse alla canova e si comincia a
costruire, per concluderlo nel 1826, anche il prolungamento dell'ala del
refettorio fino al muro di clausura verso la via della Croce. Nuovi e vari
ambienti necessitano al nuovo complesso che, una volta abbandonato dai
Minori Osservanti della Croce, è ben presto destinato ad avere funzioni
di ogni sorta. Sede di scuole, di uffici, per breve tempo pure di un carcere,
alcuni locali vengono lasciati all'incuria e anche il refettorio viene
destinato prima a magazzino e poi a stalla.
Nel 1852, quando la Fraternita
del Borghetto acconsente al trasferimento delle monache agostiniane di
S. Maria Maddalena, l'ambiente riaquista la sua vitalità con l'istituzione
dell'asilo, delle scuole elementari e dell'educandato femminile. Nel 1888
invece diviene sede dell'Istituto di beneficenza Martini casa di riposo
per anziani realizzata grazie alla munificenza di una popolana, ma solo
nel 1906 il complesso è destinato ad una funzione precisa, quella
di presidio ospedaliero.
E' in questo momento che anche
il refettorio, come altri locali, subisce delle modifiche sostanziali necessarie
al nuovo adattamento.
Alcuni progetti redatti tra il
1906 e il 1909 (tra i quali quelli definitivi firmati dall'ingegniere
comunale e dall'ingegniere capo dell'Ufficio del Genio Civile) mostrano
l'antico refettorio destinato ad essere medicheria e ambulatorio, poi locale
per la cucina e per i bagni.
Nel refettorio vengono realizzati
divisori murati, soppalchi, scale e ne viene anche modificato l'accesso.
Non è improbabile dunque che proprio in questa occasione la porta
secentesca sia stata rimossa dal momento che solo con i restauri eseguiti
nel 1984, per recuperare la tipologia conventuale originaria pur rispettando
le esigenze dettate dalla nuova funzione, è stato possibile ripristinare
l'ingresso originale di fronte alla cucina. Con quest'ultimo intervento
, infatti, sono stati demoliti i divisori in muratura, le scale, i soppalchi
ed è stato effettuato anche il restauro di alcuni dipinti presenti
nelle velette delle volte.
Sia l'antico refettorio che la
cucina di fronte sono oggi fornite di una porta realizzata recentemente
sul modello di quella originale secentesca.
Silvia Pichi
La prima fase dell’intervento è
stata quella della pulitura delle superfici e del trattamento disinfestante
contro l’azione di insetti xilofagi.
La fase successiva, di studio e
di analisi dei singoli componenti della porta, ha visto la realizzazione
di un accurato rilievo grafico e della relativa documentazione fotografica.
Si è poi provveduto al disassemblaggio delle varie parti, sia perché
non presentavano uno stato di coesione accettabile, sia per individuare
un eventuale degrado delle zone non in vista, sia ancora per capire e codificare
lo schema costruttivo della porta.
E’ in questa fase, cioè
dallo studio della struttura e dei singoli elementi, che è stato
possibile capire il reale stato conservativo dell’oggetto e quindi decidere
il tipo di intervento da eseguire.
La struttura della porta può
essere schematizzata in tre specifiche zone:
1) La parte posteriore in legno
di abete, ovvero la struttura portante principale. Ogni singola anta è
realizzata con due tavole di larghezza diversa incollate tra loro; si presenta
gravemente danneggiata dall’azione dei tarli, e sono visibili parti riportate
in epoche successive, realizzate con materiali incongrui, sia per le essenze
utilizzate, sia per il livello di finitura.
2) La parte intermedia (cartellatura)
in legno di noce. E’ la zona che comprende le parti che si trovano tra
la struttura in abete e le cornici esterne ed è composta da nove
parti per ogni anta. Anche qui è evidente l’azione degli insetti
e degli agenti atmosferici, soprattutto nelle zone maggiormente esposte.
Lo stato di conservazione non è comunque omogeneo, con un progressivo
deterioramento man mano che ci si avvicina alle parti inferiori. In prossimità
della zona centrale sono visibili numerosi fori per le serrature e in particolare
nell’anta sinistra, dove per l’accumularsi di nuove aperture, è
andata perduta un’ampia porzione di legno.
E’ in questo strato della porta,
esattamente nell’anta sinistra, che è stata trovata l’iscrizione
della sua data di fabbricazione, dato questo che poi ci ha permesso di
risalire all’artigiano esecutore.
Anche qui sono evidenti ripetuti
interventi di restauro, con molte delle zone in vista completamente sostituite.
3) La parte esterna (scorniciature)
in legno di noce. E’ la zona più esterna della porta e quella che
ne determina maggiormente l’aspetto estetico e decorativo.
Sicuramente questa è la
parte che ha subito maggiormente gli effetti dell’usura e degli agenti
atmosferici. Si nota che molte delle cornici sono state già sostituite,
talvolta utilizzando profili non perfettamente identici all’originale;
e altre ancora invece sono deteriorate al punto da non renderne possibile
una corretta lettura.
A questo punto, una volta analizzata
in ogni dettaglio e appurato il pessimo stato conservativo generale, è
stato necessario porsi il problema di come interpretare l’intervento da
eseguire.
Da un lato l’opzione della conservazione
dello “status”, cioè il consolidamento con opportuni prodotti delle
parti friabili, il fissaggio delle parti instabili e la protezione preventiva
dagli attacchi degli insetti. Un’operazione che possa bloccare l’azione
deteriorante del tempo sul manufatto e che ne consenta unicamente una collocazione
museale.
Dall’altra l’opzione, per certi
versi più stimolante dal punto di vista dell’artigiano restauratore,
del suo totale recupero. Ridare cioè all’oggetto la sua piena funzionalità
sia dal punto di vista strutturale sia da quello estetico, mediante il
ripristino delle parti mancanti, la sostituzione delle parti irrecuperabili
e una finitura superficiale che ne riporti l’aspetto finale il più
possibile vicino a quello originale.
Dopo esserci consultati con il corpo
docenti e con i rappresentanti della Soprintendenza, vista anche l’originaria
destinazione d’uso dell’oggetto, abbiamo ritenuto opportuno seguire la
seconda opzione.
Nell’ambito di questa scelta operativa,
il corso si è voluto soffermare a considerare i vari tipi di intervento
possibile, facendo notare l’importanza di procedere ad un restauro che,
pur prevedendo cospicue reintegrazioni e sostituzioni eseguite anche con
metodi comuni dell’opera quotidiana degli artigiani restauratori, riesca
a far convivere la rigorosità indicata dalle Soprintendenze con
la realtà quotidiana del mercato.
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